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L’atleta deve essere considerato come un sistema prodotto servizio e come qualsiasi altro prodotto ha un suo ciclo di vita, anzi, in questo caso, i cicli di vita del servizio sono ben tre e dipendono: dalla longevità agonistica, dalla ciclicità della forma fisica nell’arco di un anno e dalla ciclicità di determinati avvenimenti che danno una visibilità periodica ad alcuni sport, come il caso dei giochi olimpici che portano alla ribalta del pubblico sport che negli anni precedenti all’evento rimangono in disparte.
Il primo ciclo di vita è quello più identificabile a quello di un prodotto tradizionale e comincia con la fase della selezione in cui le potenzialità di un ragazzo emergono e si vedono i primi risultati, ma anche le prime sconfitte ed è qui che diventa fondamentale l’apporto dei soggetti a lui satelliti come l’allenatore e, soprattutto, i genitori i quali non devono alimentare false speranze o velleità professionali lasciandosi trasportare dall’entusiasmo. Dal lato delle società deve invece essere intessuto un apparato di osservazione che sia in grado di far sviluppare dette potenzialità.
In questa fase, l’atleta, incontra numerose difficoltà date soprattutto dall’età e dal mondo contraddittorio che si trova di fronte e che risulta essere sicuramente peculiare, anche perché mentre le scuole formative aprono un numero differenziato di prospettive da poter scegliere, nella competizione sportiva pochi riescono ad andare avanti e l’esperienza potrebbe essere più frustrante che esaltante.
Altro elemento distorsivo è il mancato riconoscimento dell’originale patria potestà perché subentrano altre figure che tendono ad essere dei surrogati e che non sempre guardano alla persona nel suo totale ma al mero risultato sportivo con conseguenze potenzialmente dannose, anche sotto il profilo economico, per il futuro dell’atleta.
Si cominciano a generare intorno al futuro campione una serie non sempre controllabile di interessi che scatena nella persona dei metri di giudizio basati sul successo e sulle crisi d’identità quando questo non arriva.
L’investimento va fatto, quindi, sin da questo periodo della vita dell’atleta e se possibile cercare dei compromessi tra genitori, allenatore e manager consistenti nella divisione dei costi di formazione e nel tentativo di non farsi prendere dalla possibilità del risultato di breve periodo, ma entrare in un’ottica di massimizzazione dei risultati e dei profitti nel lungo cercando di creare un ambiente non ostile.
E’ la fase assimilabile a quella in cui una impresa si trova a dover affrontare solamente costi derivanti dalla necessità di investire per entrare nel mercato prima della fase di start up.
Seguirà la seconda parte dell'articolo
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