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Le caratteristiche psicologiche e cognitive
da indagare nell’ambito del talent scout calcistico

(Quinta parte)

di Susanna Pardini

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A questo proposito, è importante richiamare anche il ruolo della motivazione, di quanto la stessa possa variare (e.g., da intrinseca a estrinseca) per l’azione di uno o più dei fattori sopra citati.
Un esempio può riguardare il variare degli interessi e della valenza dei rinforzi sociali per l’atleta che, anche se dotato di particolari capacità fisiche e tecniche, potrebbe a un certo punto della sua vita considerare come primarie per la soddisfazione dei suoi bisogni altre esperienze che comporterebbero il togliere tempo ed energie all’attività sportiva. Dunque, è necessario che anche la società in cui l’atleta si allena tenga in considerazione la dinamicità del processo di sviluppo di ogni individuo, incoraggi al cambiamento e tolleri i passaggi di perdita temporanea “dell’equilibrio” tra le componenti sopra descritte.

A tal proposito, un’ulteriore riflessione deve essere fatta nell’ambito di “quando effettivamente si può dire che il talento potenziale di un atleta si esprime?”. In altri termini, è noto come alcune caratteristiche (come quelle relative alla maturazione cerebrale a cui, su un altro livello, è legata l’acquisizione della capacità di regolare le proprie emozioni, ecc.) si esprimano e si completino verso la fine dell’adolescenza, quando la selezione per l’inclusione in società di livello superiore si è per la maggior parte dei casi completata. Se ci si basa sulla valutazione di un ragazzo di 12-13-14-15 anni per l’inclusione in squadre di livello superiore potrebbe essere rischioso non tenere in considerazione alcuni tra gli indicatori predittivi di tipo psicologico e cognitivo, come anche potrebbe indurre a un rischio maggiormente probabile di errore il non tenere in considerazione la definizione in corso delle capacità di inibizione, pianificazione e di previsione che, proprio durante il periodo adolescenziale si compiono e contribuiscono a determinare un cambiamento potenzialmente pervasivo dell’individuo.

Basandomi su una mia esperienza professionale, riferisco il caso di un ragazzo di 17 anni il quale, all’età di 13 anni, era stato notato e selezionato da una società calcistica più prestigiosa rispetto a quella di provenienza. L’atleta amava giocare a calcio ma durante il primo anno in cui è avvenuto il cambio di squadra sono accorsi molti cambiamenti fisiologici, personali e ambientali che hanno determinato una riduzione dell’interesse per lo sport e un maggior bisogno di dedicare tempo agli amici della scuola. Inoltre, questo ragazzo ha da sempre manifestato problemi di attenzione e iperattività abbastanza invalidanti, mai segnalati e gestiti, che sono stati per la maggior parte delle volte assecondati anche dalla società in cui giocava precedentemente in quanto lì era considerato “il fiore all’occhiello”.

Tali caratteristiche psicologiche e cognitive lo hanno però messo in difficoltà nella nuova società in cui le regole disciplinari erano per lui eccessivamente severe e delle quali non era assolutamente contemplata la mancanza di rispetto.
In seguito, questo ragazzo ha interrotto l’attività sportiva ed è stato aspramente criticato dai dirigenti e dall’allenatore della società passata che, a quanto pare, non hanno tenuto sufficientemente in considerazione le esigenze e le caratteristiche di personalità del loro atleta privilegiando le sue “eccellenti doti fisiche e tecniche” (così definite anche dai tecnici che lo avevano selezionato).



Seguirà la sesta parte


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Susanna Pardini - Psicologa-Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale-PhD student presso Università degli Studi di Padova
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